Le leggi razziali e le deportazioni: una memoria di sofferenze, da non dimenticare

“ Si dice comunemente che gli anni orrendi delle persecuzioni razziali contro gli ebrei vanno dal 1943 al 45, mentre nella realtà andarono dal ‘38 al ‘45”. Con tale affermazione, a significare che quell’epoca tragica ebbe inizio con l’emanazione in Italia delle leggi razziali nei confronti degli ebrei (che causarono sofferenze talora superiori a quelle delle deportazioni), si è aperto l’appassionante incontro della Dott.ssa Anna Loi coi Lions Club Finale Emilia e Mirandola su: “Leggi razziali e deportazioni: vicende modenesi e della Bassa”. L’autorevole ospite, insegnante in pensione e guida del Memoriale della Shoah di Milano, sta dedicando la propria vita a far sì che la memoria di quanto accaduto allora non venga meno. Non si può, certo, dire che oggi non siano necessari sforzi in tal senso. E’ infatti sotto gli occhi di tutti il deprecabile aumento, negli ultimi tempi, degli episodi di intolleranza razzista nei confronti di profughi, o migranti, o di stranieri venuti nel nostro paese in cerca di sopravvivenza. La storia, quindi, sembra ripetersi, magari con la sola sostituzione del bersaglio delle discriminazioni. Allora furono gli ebrei, oggi sono il “popolo dei barconi” e non solo.  L’ospite ha messo in evidenza che la comparsa delle leggi razziali causò, di per sé, una cinquantina di suicidi, tutti passati sotto silenzio, fra persone di origine ebraica, dall’oggi al domani venutesi a trovare cittadine di serie B, spesso con la perdita del lavoro e di ogni prospettiva, pur essendo esse italiane e completamente assimilate. La relatrice ha riferito che anche la Sen. Liliana Segre, con cui intrattiene un’affettuosa amicizia, ricorda come momento più doloroso della sua vita, non la separazione dal padre ad Auschwitz, ma il suo isolamento nella classe elementare che frequentava nel ’38, subito dopo l’emanazione delle leggi razziali. Soltanto due compagne, sulle oltre venti, non le tolsero il saluto. Per lei, bambina di 8 anni, fu un colpo durissimo e incomprensibile. Venendo alle vicende modenesi e della bassa, la Loi si è soffermata sulle figure di ebrei perseguitati della nostra zona. Di alcune aveva sentito parlare direttamente da sua madre, di origine finalese, che ne conservava un ricordo commosso e struggente. E’ questo il caso di Ada Osima, farmacista finalese di famiglia ebraica, che fu forzata a vendere la farmacia nel ’40. Trasferitasi, poi, ad Asti, presso parenti, fu catturata dai tedeschi e sparì senza lasciare traccia e dare più notizie di sé nel corso di una delle prime deportazioni (si trattava di un convoglio di 605 persone) in partenza da Milano il 30 gennaio ’44 per la Germania. Un’altra storia molto dolorosa è quella di Emilio Castelfranchi, anch’egli di famiglia ebraica finalese. Brillante giovane medico neolaureato, all’età di 25 anni, si accingeva al servizio militare, mentre entravano in vigore le leggi razziali. Gli fu allora negata la nomina ad ufficiale medico e ogni possibilità di lavoro venne meno. Gli fu consentito (seppure in deroga alle leggi) di prestare servizio presso l’ospedale di Finale, ma il contesto di vessazioni, violenze e isolamento di quegli anni minò il suo fisico, al punto di causarne la morte in seguito ad una fulminea malattia, nei primi mesi del ’42. Ad Ada Osima ed Emilio Castelfranchi sono state recentemente intitolate due pietre d’inciampo a Finale Emilia. La Loi ha poi raccontato la tragica vicenda del Prof. Angelo Fortunato Formiggìni, di famiglia ebraica modenese, grande studioso, profeta dell’enciclopedia Treccani (e quasi ridotto in misera dal ministro fascista Gentile che gli portò via, attribuendole a sé stesso, molte delle sue geniali idee). Dopo un’attivissima vita in campo editoriale, nel ’38 Formiggini volle dire “no” alle leggi razziali, gettandosi dalla Ghirlandina di Modena e suicidandosi. Col suo estremo gesto di protesta, eclatante e clamoroso, Formiggini intendeva suscitare una forte reazione nell’opinione pubblica. Invece gli italiani non vollero capire e la sua morte passò sotto silenzio. Soltanto ora, dopo ottant’anni, Modena solleva il velo dell’oblio, doverosamente intitolandogli una piazza centrale della città, appunto il Largo Formiggini.

Ma i perseguitati, ci furono anche fra coloro, non ebrei, che aiutarono questi ultimi a sfuggire alle deportazioni. Dopo l’invasione tedesca del ’43, si assistè ad un fiorire di atti eroici di cittadini che rischiarono (e talora persero) la vita per mettere in salvo gli ebrei. Fra costoro, la Loi cita il fulgido esempio di Odoardo Focherini, uno dei primi ad essere riconosciuto come “giusto fra le nazioni”, da Israele, negli anni sessanta, per aver salvato 105 ebrei dalla deportazione. Focherini, ora beatificato dalla Chiesa, era carpigiano di nascita e aveva una moglie mirandolese. Fervente cattolico, giornalista dell’Avvenire d’Italia e assicuratore, abitò per qualche anno a Mirandola con la numerosa famiglia (aveva 7 figli). Dopo la caduta del fascismo, si adoperò per procurare di nascosto documenti falsi ad ebrei e consentirne l’espatrio in Svizzera. Scoperto, fu catturato nel ‘44, imprigionato dapprima a Bologna, poi a Fossoli e Bolzano e infine deportato in Germania nel campo di concentramento di Hersbruck, dove il 27 dicembre ’44 morì di setticemia e stenti. Anche a Odoardo Focherini è stata da poco intitolata una pietra d’inciampo a Mirandola.

L’incontro si è potuto concretizzare, grazie alla Prof. Maria Pia Balboni, finalese, anch’essa presente. Studiosa di ebraismo e di storia locale, ha spiegato la sorprendente origine “mediorientale” della “torta degli ebrei”, specialità della cucina finalese, offerta agli intervenuti nella forma ebraica originale, casher (in cui, cioè, il burro sostituisce lo strutto).

I presidenti dei Lions Club, Massimo Gozzi, per Finale, e Nunzio Borelli, per Mirandola, assieme ai due sindaci, anch’essi graditi ospiti in rappresentanza delle due cittadine, Palazzi (per Finale) e Benatti (per Mirandola), hanno introdotto e concluso un racconto di vicende che sembrano già svanire in un lontano ricordo, pur essendo accadute meno di ottant’anni fa. Di qui l’impellente necessità, nell’attuale era in cui tutto è “usa e getta”, che la memoria di questa tragica storia non sia anch’essa velocemente “gettata” nel dimenticatoio e invece rimanga viva (per evitarne il ripetersi).